Edizione 2016


Residenza: dal 1 al 12 Agosto

Mostra: dal 12 al 14 Agosto

Autori


Leonardo Annibali

Ana Maria Area Martinez

Vito Battista

Fabio Caccuri

Michele ciccimarra

Giovanni Cristino

Alisia Cruciani

Bianca Maria Fasiolo

Rada Kozelj

Tiziano Rossano Mainiri

Andrea Morsolin

Giuseppe Pascucci

Giuseppe Pansini

Antonio Pipolo

Ivo Pisanti

Maria Susca

 

Logistica e supporto tecnico


Tania Lavarra

Serena Montanaro

Camila Restrepo

 

Grafica


Ivo Pisanti

Index


Il progetto Con.divisione, ideato e prodotto da Fabio Caccuri nel 2012 con la collaborazione logistica di Giuseppe Pascucci e affiancato nella curatela dal 2014 dalla residente Ana Area Martínez, nasce dall’esigenza di avviare un discorso relativo all’arte contemporanea nel Comune di Mola di Bari e prevede l’attivazione di una residenza artistica estiva autogestita per giovani autori provenienti da diverse aree dell’Italia e dall’estero, i quali operano congiuntamente durante la prima metà del mese di agosto, interagendo con l’ambiente che li ospita e sviluppando una metodologia comune partendo dalle loro reciproche esperienze e attitudini personali, influenzandosi e trasformandosi attraverso il dialogo per produrre un’idea condivisa attraverso vari media, dalla musica alle arti visive passando per la danza e il paesaggismo, tenendo viva l’etica del riciclo e riuso dei materiali di scarto.

Nella sua quinta edizione, la mostra muta in spettacolo e la produzione ottenuta durante i giorni in residenza si presenta in tre uniche serate performative che offriranno allo spettatore l’opportunità di avvicinarsi a mondi, storie e resti di ecosistemi inventati che sottolineano in maniera fantastica il contenitore, cioè il castello Angioino, ma anche il paesaggio non urbano del territorio molese. La formula scelta per Con.divisione 2016 fa sì che nei tre appuntamenti il coinvolgimento degli autori sia totale, cercando in alcune occasioni di interpellare direttamente il visitante. È questo il caso delle due performance svolte da Bianca Maria Fasiolo e Maria Susca dove il corpo diviene creatore di immagini, unità di misura per descrivere oggetti e canale di una comunicazione del tutto soggettiva tra individui di diversa età o sesso, evidenziando la gestualità e lo scambio inusuale di informazioni tramite il movimento e il tatto che sostituiscono la sola percezione visiva. Questa componente sinestetica si ripete nella live performance di Michele Ciccimarra e Antonio Pipolo, dove vista e udito interagiscono in parti uguali attraverso l’unione del gesto musicale e quello illuminotecnico in cui la luce evidenzia l’azione che produce il suono, ma anch’essa diventa attrice di un suono visivo.

Un’esperienza multisensoriale più intima è offerta dalla stanza disegnata da Giuseppe Pascucci, dove solo uno spettatore potrà entrare, diventando così unico fruitore e testimone dell’opera che rimarrà ignota al resto dei visitatori e sarà distrutta dopo essere stata attivata per la prima ed unica volta. La stessa aura di mistero e curiosità sfiora l’intervento di Ivo Pisanti, che crea un ambiente sperimentale mediante la distorsione sonora di radio in disuso, e i sotteranei del castello, dove i suoni affascinanti, prodotti dalla vibrazione delle corde di una chitarra mosse dal vento nella costa molese e registrati da Tiziano Rossano Mainieri, fungono da cornice per altri due interventi dove lo spettatore viene catturato dalla visione dell’orizzonte in un invito alla contemplazione e alla riflessione. Da un lato, Alisia Cruciani presenta la linea di congiunzione tra mare e cielo come paesaggio immutabile nel tempo ma ancora attraente, sia per la sua bellezza che per l’impossibilità di raggiungerla. Così, attraverso la proiezione dei suoi scatti su una vecchia fotografia, gioca con la metamorfosi cromatica quotidiana dell’orizzonte marino molese; dall’altro lato, Antonio Bolognino cerca l’interazione col pubblico presente, attivando uno spazio avvolgente e riservato di conversazione, dove riflettere e condividere pensieri.

Nel cortile e nelle stanze adiacenti, le narrazioni scorrono tra un passato immaginato e un futuro incerto, portandoci in altre non realtà, svelando nuovi mondi attraverso l’invenzione di contesti storico-scientifici. Seguendo questo filo conduttore, troviamo, nelle sculture create da Giovanni Cristino con materiali edili di scarto, le vestigia di una cultura ancestrale immaginata da Giuseppe Pansini. Riflettendo sulla traccia che l’uomo lascia in maniera indelebile sulla natura e sulla possibilità evolutiva di una flora dell’avvenire, Giovanni Cristino e Andrea Morsolin creano, con scarti di sigarette, delle piante artificiali che fioriscono in un ecosistema ostile ma non necessariamente senza un valore estetico. Seguendo questa metodologia scientifica, Antonio Pipolo e Camila Restrepo ricreano uno studiolo dove il visitante potrà osservare una catalogazione enciclopedica di ibridi creati con i resti di creature e piante che hanno abitato il territorio molese. Nell’opera di Bianca Maria Fasiolo, la cura dell’archivio e l’estetica della catalogazione, si rivelano come scoperta e rivalutazione di piccoli dettagli ornamentali nelle costruzioni popolari dell’architettura molese. Il repertorio da lei creato si presenta sotto forma di atlante tipologico, traendo diretta ispiranzione da un manuale di arte decorativa del XIX sec. Gli scatti fotografici si accostano l’uno all’altro per analogia, concentrando l’attenzione sui piccoli difetti di fabbrica, i materiali umili e la scelta di specifici pattern impiegati per risolvere esigenze funzionali.

L’elemento ironico in queste finzioni viene usato da Giovanni Cristino, che dispone su di un tavolo un’ipotetico aperitivo immangiabile e da Vito Battista nella sua riflessione sulla figura del turista, abitante di una realtà altra, la vacanza, dove l’uomo riesce a essere spensierato e lontano dalla routine che lo incasella. Allo stesso tempo, grazie al canotto gonfiabile, la spensieratezza diventa libertà piena nel mare. Libertà che nell’installazione al castello si conquista anche in terra, grazie allo sviluppo di una serie di zampe bizzarre, dalle influenze estetiche provenienti dall’animazione del primo novecento, permettendo al turista di vivere nella spensieratezza (per sempre).

Andrea Morsolin, riprende invece l’aspetto mistico nella sua ode alla macchia mediterranea, area in continua mutevolezza, traccia di boschi di lecci dove il cambiamento dell’ecosistema, la presenza di disturbi naturalie l’aggressività dell’uomo provocano il deterioramento e la possibile scomparsa di un tipo di flora resistente e appena percepita nel paesaggio molese. Nella sua installazione, Rada Koželj ricrea un ambiente liturgico e impenetrabile attraverso la costruzione di una torre in rovina dove nasconde un piccolo altare dedicato a una bambina immortalata nella sua prima comunione. Così, mettendo in gioco il passato, la tradizione ed il misticismo, ricrea uno scenario leggendario dove costringe lo spettatore ad abbassarsi per adottare il punto di vista della bambina e immedesimarsi in lei. Per ultimo, il lavoro di Ana Area Martínez s’interroga sul valore dato dalla società alle produzioni culturali, facendo un esercizio critico dove si sottolineano le frizioni quotidiane e si riflette sulla precarietà inerente al settore culturale, attraverso l’esposizione di una ricerca documentale ricca di dati e testimonianze dirette, raccolte durante i giorni in residenza.

Testo a cura di Ana Area Martínez